Turista non per caso
La faccenda degli orari dei pasti non gli era del tutto
chiara. Nel file che aveva studiato prima di partire si accennava a tre pasti
al giorno suddivisi in colazione, pranzo
e cena. Si precisava che tali pasti
erano solitamente consumati in abitazioni private o in luoghi pubblici
variamente denominati. La realtà sembrava contraddire tali informazioni. Lancet
aveva visto umani mangiare praticamente ovunque e a qualsiasi ora. I terrestri parevano letteralmente ossessionati dal cibo.
L’umano che aveva fermato per chiedere indicazioni sul
ristorante gli aveva risposto masticando qualcosa che si era riversato in
briciole sul suo petto mentre parlava.
Lancet aveva dato fondo a tutto il suo autocontrollo per reprimere il
suo disgusto e non colpirlo con una scarica fotonica. Si sentiva piuttosto orgoglioso di
come aveva invece ringraziato gentilmente per l’informazione. Anche questo
sarebbe stato un gustoso aneddoto da raccontare al club Avventurosi
nell’Universo, ma naturalmente l’evento centrale sarebbe stato il cibo.
Nessuno si era mai spinto tanto oltre.
Il suo popolo considerava nutrimento e idratazione una
necessità da espletare in privato dopo il risveglio attraverso l’assunzione di tavolette
distinte per colore a seconda del contenuto.
Lancet sfiorò la tovaglia bianca del ristorante sorridendo
tra sé. Per una simile soddisfazione valeva la pena sopportare le lenti a
contatto che coprivano la pupilla verticale, la vista raccapricciante della sua pelle
così innaturalmente bianca e liscia, come pure il traduttore impiantato nel suo corpo.
L’umano che lo aveva accolto ritornò al suo tavolo con una
bottiglia e versò nel suo bicchiere un liquido dorato. Per un attimo i due si guardarono in silenzio
poi l’umano chiese garbatamente: “È la prima volta che beve del vino?”
Lancet parve sollevato. “Beh sì…” rispose.
L’uomo versò del liquido per sé in un altro bicchiere e
disse: “Il vino per prima cosa passa dagli occhi. Osservi il colore, cosa le
ricorda?”
“Non saprei” mormorò Lancet “la luce?”
“Ottima risposta! E poi filari di uva zuccherina esposti al
sole, mele mature e forse… baci di ragazze!” L’uomo strizzo l’occhio, rompendo
la sua compostezza per un momento poi aggiunse: “Ora il vino deve passare dal naso, così”, immerse il suo
organo olfattivo nel bicchiere e inspirò piano. Chiuse gli occhi come in preda
ad un piacere senza nome e fu quello che convinse Lancet ad imitarlo.
Il
profumo che lo invase assomigliava vagamente a quello degli alberi di Denbar
sotto le cui fronde rosate aveva camminato una volta con Istyn, quando si era
accorto di amarla.
L’intensità di profumo e ricordo insieme stordì Lancet in
modo del tutto nuovo.
“Adesso ne sorbiremo un sorso e lo faremo girare nella bocca
per assaporarne ogni dettaglio.” continuò l’umano.
Lancet raccolse tutto il suo coraggio e lo imitò. Il liquido
si riversò nella sua bocca piacevolmente fresco, incredibilmente intenso,
indicibilmente buono. L’umano parve soddisfatto e concluse: “Adesso scoprirà come il matrimonio tra questo vino e la
spigola che ha ordinato sia stato deciso in cielo”.
Fece un cenno al cameriere che depose davanti a Lancet un
piatto dove il cibo era disposto come in un’opera d’arte. “Il pesce è già stato
spinato” aggiunse, fece un inchino appena accennato e se ne andò.
Lancet sorseggiò l’ultimo bicchiere di Pinot Grigio in preda
ad un languore mai provato prima. Dopo il primo sgomento legato alla
masticazione e alla deglutizione, il piacere dei sapori, spigola vino, verdure
croccanti era stato al di là di ogni descrizione. Ogni boccone aveva stimolato
sensazioni e ricordi da lungo sepolti. Al diavolo il club e la stima dei soci,
non era quello il punto.
Lancet trasse un lungo, piacevole sospiro. La vacanza
era solo all’inizio.
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Foto di Felix Wolf da Pixabay |
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